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    30

    Apr

    2008


    Philadelphia Experiment

    Nel 1943 la marina statunitense decise di tentare un esperimento (conosciuto come “Philadelphia Experiment” o “Project Rainbow”) sulla base della teoria del “Campo Unificato” di Albert Einstein, che metteva in relazione i campi magnetici e gravitazionali con altri fenomeni subatomici.
    Secondo un’interpretazione di questa teoria, applicando un violentissimo campo magnetico ad un corpo, se ne provocherebbe la sparizione.
    L’esperimento fu effettuato sulla nave USS Eldridge.
    A bordo vennero montati dei generatori di magnetismo di tipo de-gausser; la nave divenne evanescente fino a scomparire in una luminosità verdastra.
    Ma il campo magnetico aveva alterato anche fisiologia ed equilibri psichici dell’equipaggio. Si racconta addirittura che la nave riappari’ in un altro porto per poi tornare dov’era. Inoltre meta’ dell’equipaggio impazzì ed alcuni presero fuoco, mentre altri divennero invisibili. Questo e’, per sommi capi, ciò che sostengono coloro i quali ritengono che questo esperimento abbia davvero avuto luogo. Ciò che segue e’ un rapporto maggiormente dettagliato su come avvenne (o non avvenne), quando e chi vi fu coinvolto.

    Secondo il racconto, il 28 ottobre del 1943 una nave della marina militare americana chiamata USS Eldridge (DE-173), verrebbe usata per un esperimento, sotto la guida di un certo "Dott. Franklin Reno" (a volte indicato anche come "Rinehart") alla quale avrebbero partecipato anche scienziati rinomati quali Einstein e Nikola Tesla.
    Sarebbe stato basato infatti sulla teoria del campo unificato di Albert Einstein, che presuppone una relazione reciproca tra le forze di radiazione elettromagnetica e quelle della gravità. E si sarebbe utilizzato per creare il campo di forza magnetico, la "bobina di Tesla".
    Lo scopo dichiarato era: affinare un innovativo dispositivo capace di rendere invisibili ai radar, un sistema in grado di creare un campo di forza attorno alla nave per crearne l'effetto d'"invisibilità".
    Dietro questo, si sarebbero tuttavia nascosti anche altri scopi: quali, ad esempio, sperimentare un'apparecchiatura in grado di far "viaggiare" nel tempo, persone e oggetti.
    Nell'esperimento si sarebbe riusciti, fra le altre cose, a rendere invisibile l'intera nave tramite la generazione di un campo magnetico, che avrebbe curvato la luce riflessa dall'oggetto, facendola passare oltre lo stesso.
    La nave sarebbe stata allestita con tre generatori elettromagnetici di alta potenza e sarebbe scomparsa per qualche secondo, all'attivazione di questi ultimi; in seguito, sarebbero poi emerse testimonianze relative ad una sua riapparizione a Norfolk, a 600 km da Philadelphia.
    Secondo i canoni della teoria del complotto, nessun esponente del governo e della marina avrebbe commentato l'accaduto o permesso ai mass media di darne notizia, passandola sotto silenzio. Oltre a ciò, si sarebbe provveduto a far il "lavaggio del cervello" alle persone involucrate, col fine di "far loro dimenticare" l'accaduto.
    Sempre secondo il racconto, i membri dell'equipaggio sopravvissuti avrebbero sviluppato poi diversi disturbi e disfunzioni fisiche, tra cui anche malattie mentali; altri sarebbero stati trovati parzialmente fusi col metallo del ponte alla "rimaterializzazione" della nave, altri ancora sarebbero svaniti nel nulla oppure riapparsi nel futuro, anni più tardi.
    Un primo test sarebbe stato eseguito solo sei giorni prima risultando in un parziale successo, avendo causato infatti già allora nausee e altri malesseri all'equipaggio.
    Secondo i diversi racconti, la nave si sarebbe "materializzata" e "smaterializzata" più e più volte, apparendo istantaneamente in diversi punti lontani fra loro, anche in differenti "spazi-tempi", prima di "ritornare" al "molo" iniziale.
    C'è poi chi parla anche di un secondo esperimento compiuto.

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